Alain De Botton, Il corso dell’amore, edizioni Guanda

Dalla necessità di essere accettati non ci si libera mai.

Il corso dell'amore

Non so se spiegare prima il libro o come l’ho acquistato…

L’incontro con questo libro ne ha di un colpo di fulmine e avrebbe il suo perché di essere raccontato…

Avevo letto una recensione di questo libro mesi fa, mi ero segnata il titolo nella mia super wish list, come faccio spesso con i libri che prima o poi acquisterò, e poi non ne ho saputo più nulla, nel senso che me ne ero quasi dimenticata, non ero andata appositamente in libreria per acquistarlo, non mi era tornato in mente, solo che, quando rileggevo la lista dei titoli, questo mi piaceva sempre molto, come quando si sente un’affinità…

Una mattina ero in libreria per acquistare Storie della buonanotte per bambine ribelli, stavo aspettando la commessa quindi mi guardavo intorno, leggevo tutti i titoli che raggiungevo con lo sguardo e a un certo punto, zac, lo vedo… D’istinto lo prendo e lo giro tra le mani, mi ricorda qualcosa… verifico sulla wish list che sia tra quelli, ed è lui. Gioia infinita! Cioè veramente gioia infinita, non è per dire, non è per rendere l’idea, è stato proprio amore a prima vista.

Con queste premesse immaginerete anche voi quanto possa essere stato difficile decidere di scriverne… perché come tutte le cose troppo belle, hai sempre paura che si rovinino e io non vorrei mai banalizzarlo e allo stesso tempo mi rendo conto che forse è stato per me così tanto importante, in questo momento della mia vita, che sarà difficile che lo sia altrettanto per voi…

Ma tant’è che ne sto parlando…

Il corso dell’amore racconta esattamente il corso di un amore, l’andamento tipico di una relazione di coppia, dall’innamoramento fino al matrimonio, dal tradimento ai figli… Non che questi eventi debbano essere necessariamente presenti per determinare una relazione amorosa, ma diciamo che molto spesso sussistono e rispecchiano le tipiche fasi di un rapporto, quelle che Alain De Botton tanto bene rappresenta: dalla fase iniziale alla maturità.

Nel mezzo avvengono tutti quegli eventi che ti fanno crescere ed arrivare ad un rapporto maturo e verosimilmente anche duraturo, nel quale ti rendi conto che l’uomo e la donna NON sono fatti per stare insieme…

ma se scoprono come starci, è un’esperienza di vera “bellezza”…

Quindi sì, è positivo, ma non solo perché finisce bene, ma perché analizza. E spiega. Ed esemplifica che cosa succede nella coppia quando vive una relazione: i meccanismi che nascono, le reazioni, le emozioni che si trasformano, i comportamenti, le paure…

Tutta una serie di cose che io stessa ho vissuto, senza sapere perché… cose di cui tutti fanno esperienza, forse a volte con troppa leggerezza, cose di cui non si vuole mai approfondire perché trovare risposte è difficile, comprendere l’altro è difficile, viviamo già una vita di incastri e difficoltà che siamo arrivati a pensare che stare insieme a qualcuno debba sempre essere facile e invece, io credo, sia la cosa più difficile al mondo…

 

 

Amalia Signorelli, La vita al tempo della crisi, Einaudi editore

Tuttavia la presenza, l’esserci nel mondo, non è solo coscienza e conoscenza del mondo: è anche agire nel mondo.

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Le difficoltà del nostro tempo sono uno dei temi che più mi interessano ultimamente: la precarietà lavorativa, la precarietà esistenziale, la fragilità delle relazioni e dell’uomo stesso sono indubbiamente delle caratteristiche sostanziali del nostro sistema culturale.

Perciò quando mi sono imbattuta in questo titolo, l’ho acciuffato al volo e la sera stessa, l’ho divorato.

La crisi finanziaria del 2007 è il punto di partenza dell’autrice che intende analizzare proprio questa “generalizzata ma non omogenea esperienza della crisi a livello culturale”; crisi che, dall’ambito finanziario, si è spostata rapidamente a quello economico, culturale ed esistenziale. In tutto il libro in realtà l’approccio avviene proprio dal basso, cioè dagli effetti che la crisi ha avuto nella quotidianità dei cittadini, degli individui dando quel senso di impotenza, di incertezza e di discredito nei confronti di un intero sistema.

L’impossibilità di pensare e agire in termini di progetti estendibili al futuro sembra essere uno degli effetti più evidenti della crisi e di tutta una serie di trasformazioni che negli ultimi decenni hanno caratterizzato la nostra società.

A partire dall’ideologia del consumismo, in base alla quale “oggi ci sentiamo liberi di sprecare tutto, o quasi tutto”, si passa alla crisi della natalità, “primo indicatore collettivo di paralisi progettuale”, fino ad arrivare al lavoro, terreno nel quale la crisi ha manifestato tutta la sua gravità, dimostrando come, essendo il lavoro “anche elemento costitutivo delle identità individuali e collettive e matrice di valori […] crisi del lavoro è dunque, necessariamente anche, crisi della presenza.”

Chiara Gamberale, Adesso, Feltrinelli

«Volevo dire,» continua Lidia. «Che la vera differenza la fa la persona. Non la situazione in cui si trova. Tutto qui.»

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Devo premettere che non avevo mai letto niente di Chiara Gamberale.

E anche che questo libro è stato un regalo.

E anche che, nonostante tutto, ero molto curiosa di leggere qualcosa di questa autrice.

Ne hanno parlato spesso, di lei, e dei suoi libri. Mi chiedevo se ci fosse davvero talento, capacità di scrittura e originalità.

Non sono più sicura, dopo l’ennesima lettura di un autore contemporaneo, che questi siano i parametri giusti per la letteratura italiana di oggi.

Non sono nemmeno sicura che questo libro mi sia piaciuto totalmente, anzi, probabilmente no, totalmente non mi è piaciuto. Non nel senso classico di “totalmente”.

É un libro incompleto, sviscera un argomento assolutamente attuale, le relazioni, in maniera però solo tratteggiata.

Questo è, probabilmente, uno degli elementi tipici e più caratteristici della contemporaneità: le cose, i ragionamenti, le persone, i temi, i motivi, le argomentazioni sono sempre, irrimediabilmente, solo abbozzati, poco approfonditi.

In questo senso, quindi, il libro di Chiara Gamberale si inserisce perfettamente nelle modalità dell’adesso.

Peccato che si rimanga quindi sospesi, irrisolti, in attesa… di un finale, di una risposta, di una decisione, di una scelta.

Questo libro è lo specchio della nostra vita, spesso precaria, esitante, rinviata tra indecisioni, pensieri, riflessioni e gesti.

Sono troppo negativa? Forse… di fatto uno tra gli editori più importanti di fine Ottocento, Edoardo Sonzogno, diceva: “Il libro è sempre stato l’imagine, la più perfetta, dell’epoca in cui fu scritto”. (“Imagine” ha una “m” sola perchè nell’800 così si scriveva, ndr)

E Adesso è esattamente l’immagine riflessa di questa nostra società: frammentaria, superficiale, estetica, cosmopolita, fintamente democratica, veramente difficoltosa da affrontare.

Il disagio di vivere le relazioni, ma soprattutto l’incapacità di gestire le difficoltà e le paure che ogni persona sperimenta sono i temi di cui parla l’autrice.

Sono, nello specifico, i motivi per cui bisognerebbe leggerlo questo libro; sono sempre di più qualcosa di cui l’uomo dovrebbe rendersi conto e imparare ad affrontare.

Adesso è certamente un libro vero, che fa luce su uno degli aspetti più complessi e allo stesso tempo importanti della nostra vita.

É un peccato che sia farcito di tante storie, parallele e solo accennate, che poco contribuiscono a rivelare il vero messaggio del libro, espresso purtroppo solo nella parte finale.

Quello di un “adesso” da intendere come momento essenziale, come arco temporale che tutti viviamo, forse troppo condizionati dal passato e che invece dovremmo solo cogliere con speranza, come un’opportunità.

Christopher Morley, Kitty Foyle, Elliot

“Forse esiste un modo per arrivare più vicino a ciò che è vero”

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Kitty Foyle è la protagonista del romanzo di Christopher Morley che ho appena finito di leggere.

La narrazione, in prima persona, racconta uno spezzato di vita, dall’adolescenza di Kitty fino a quando diventa una giovane donna. La sua storia potrebbe benissimo essere la storia di una ragazza di oggi, Kitty si sente una donna in carriera che dal corso da dattilografa della periferia si trasferisce in città, a New York, per lavorare in una piccola società che produce profumi e lì imparerà ad occuparsi di tutto, dalle dimostrazioni cosmetiche agli slogan per la promozione pubblicitaria, intraprendendo effettivamente una crescita professionale.

Gli eventi della vita di Kitty sono soprattutto relazioni: la relazione con il padre, la storia con Wyn, l’amicizia con Molly. L’autore infatti è maggiormente interessato a caratterizzare il suo personaggio principale più che raccontare i fatti: leggiamo la vita di Kitty attraverso i suoi pensieri e le sue emozioni.

L’approfondimento psicologico del personaggio è sicuramente uno degli aspetti più piacevoli del libro e soprattutto come questa psicologia femminile corrisponda ancora a quella della maggior parte delle donne di oggi.

Trovo sempre molto stupefacente che un autore maschile possa rappresentare così bene un personaggio femminile, allora esistono gli uomini che capiscono le donne?!

Scherzi a parte, credo che sia la mia situazione ideale, avere un uomo che racconti la donna e le pubblicazioni di tutto questo filone di letteratura con protagonista le donne conferma questa preferenza anche da parte di un vasto pubblico.

C’è sempre stata, nella storia della letteratura e dell’editoria, un’attenzione al mondo femminile e alle loro abitudini e caratteristiche, ma probabilmente ora sta assumendo connotati diversi.

Penso a libri come questo e come quello di Elisabeth Strout Olive Kitteridge o ancora a Funny Girl di Nick Hornby, libri nei quali la protagonista è una donna e tutta la storia è narrata dal suo punto di vista, il faro è puntato a illuminare quello che pensa, quello che sente, quello che fa e così si racconta l’“essere donna”, se ne approfondiscono gli aspetti caratteriali e psicologici.

Questa letteratura capace di tradurre un cambiamento della vita reale, capace di interrogarsi e di indagare le trasformazioni dell’uomo, e nello specifico quelle della donna, mi piace moltissimo.

 

 

Bentornato Nick!

Era da tanto che non scrivevo recensioni.

Era da tanto che non leggevo un libro che ne valesse la pena.

Era da tanto che non leggevo un libro così scorrevole.

Era da tanto che volevo leggere un bel libro.

Per fortuna, un giorno, in libreria ho comprato Funny Girl di Nick Hornby.

Per non smentirmi… “era da tanto” che non leggevo un libro di Nick Hornby e quando, il mese scorso, ho visto tra le novità l’ultimo lavoro di Nick mi sono detta: “diamogli una seconda chance!”

Hornby è stato uno dei miei autori preferiti, i suoi primi romanzi Alta fedeltà e Un ragazzo sono dei capolavori per me, ma poi c’era stata un’interruzione: Non buttiamoci giù non ero riuscita praticamente neanche ad iniziarlo.

Funny Girl è “simpatico” fin dal titolo e non tradisce le aspettative.

Racconta la storia di una giovane ragazza che, lontano dalle mode attuali, vuole fare l’attrice comica e, seppur di una bellezza avvenente, non è interessata a fare della sua immagine un cavallo di battaglia. Purtroppo un’ambizione del genere non poteva che risalire a un tempo passato, quando, in un’Inghilterra degli anni ’60, si muovevano i primi fermenti di emancipazione femminile.

Una protagonista coerente e trasparente con uno sfondo di altri personaggi ben raccontati che ti fanno appassionare alla storia, fatta di ideali, delusioni, speranze e vita reale.

Da leggere assolutamente!

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L’amore molesto, Elena Ferrante, Edizioni e/o

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Un pugno nello stomaco ben assestato, L’amore molesto di Elena Ferrante. Denso, inquietante, opprimente. Denso e aggrovigliato nello stile, quasi a voler riflettere il viaggio nei dolorosi ricordi della protagonista. Inquietante nell’argomento trattato, che propone costantemente un rapporto uomo-donna basato sulla sopraffazione fisica e psicologica di quest’ultima. Opprimente nell’ambientazione: una Napoli fastidiosa, traboccante di caos e soprattutto di violenta volgarità. La lettura di questo romanzo non è stata per me del tutto disinteressata, tra le righe cercavo di darmi risposte rispetto a un’affermazione riportata in un articolo di cui ho già scritto. Il dubbio suggeritomi dall’articolo è il seguente: L’amore molesto, pubblicato nel 1992, è così dissimile dalle pagine della tetralogia de LAmica geniale? Tanto dissimile da far pensare ad autori diversi? Dopo aver letto l’ultima pagina, la mia risposta è: forse. Di sicuro la materia letteraria delle opere in questione è la stessa: l’incolmabile divario tra il mondo femminile e quello maschile che spesso sfocia nella violenza contro le donne – pensiamo ad Amalia, personaggio de L’amore molesto, braccata e soffocata in ogni sua espressione proprio da chi sostiene di amarla –, l’altrettanto complicata gestione del rapporto madre-figlia, una Napoli sempre difficile descritta in modi che solo chi conosce a fondo una città può utilizzare. Tutti questi elementi, appunto, fanno pensare a una logica continuità tra i romanzi; per di più, la distanza temporale tra le due pubblicazioni, la lunghezza della saga de LAmica geniale e la brevità de L’amore molesto, il fatto che quest’ultimo sia una sorta di giallo basterebbero a giustificare delle fisiologiche differenze. Eppure, c’è qualcosa di significativamente diverso: è come se, nella tetralogia di così grande successo, la stessa sostanza narrativa sia stata diluita per renderla più digeribile, più gradevole ai lettori. E’ questa allora la prova che ci troviamo di fronte solo a una furbissima operazione di marketing? Quindi non esiste più una scrittrice in carne e ossa amante della discrezione, ma un pool di autori intenti a creare un caso editoriale? Oppure le circa 1700 pagine de L’amica geniale hanno per forza di cose stemperato alcuni temi difficili? Oppure… Rassegnamoci al dubbio.

Storia della bambina perduta, Elena Ferrante, Edizioni e/o

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Tutto è finito così come era iniziato. Sono bastate le prime righe di Storia della bambina perduta di Elena Ferrante per far scorrere le parole molto velocemente sotto i miei occhi, sospinte dal desiderio di conoscere la sorte di Elena e Lila. Come è accaduto per i precedenti, ho fagocitato l’ultimo libro della tetralogia, iniziata con L’amica geniale, grazie alla sua non scontata capacità di assorbirmi in una sorta di mondo parallelo e di indurmi a credere anche a elementi quasi magici (penso, per esempio, alle doti straordinarie di Lila che riesce, pur non avendo frequentato che le scuole elementari, a imparare il greco, l’informatica e qualsiasi altra cosa le passi per la mente). Ma del resto cos’è la letteratura, se non la possibilità di essere trasportati in altri mondi e di ritenere credibile pure ciò che non potrebbe esistere nella realtà? Per dirla con Nabokov: “la letteratura non è nata il giorno in cui un ragazzo, gridando al lupo al lupo, uscì di corsa dalla valle di Neanderthal con un gran lupo grigio alle calcagna: è nata il giorno in cui un ragazzo arrivò gridando al lupo al lupo, e non c’erano lupi dietro di lui”. In questo, a mio avviso, la saga della Ferrante è ben riuscita. Il racconto continua ad avere due fulcri: Elena – che è anche la narratrice della storia – concreta, reale, umana, irrisolta, perennemente in bilico tra il mondo sociale e culturale che si è conquistata e quello che l’ha vista nascere, e Lila, rimasta nel rione, a Napoli, sempre alla prese con un talento abnorme mai del tutto espresso e mai del tutto gestito. La storia raggiunge il suo punto cruciale in una sparizione, la più angosciosa che si possa immaginare, almeno per un genitore, che è specchio e origine di un’altra, quella di Lila, di cui già sapevamo. In generale la narrazione appare omogenea anche rispetto agli altri volumi, sebbene in alcuni punti di quest’ultimo romanzo la materia narrativa sembri sfuggire all’autrice. Autrice? Proprio mentre leggevo il romanzo, sono usciti vari articoli sull’identità di Elena Ferrante, argomento che interessa sopra ogni altra cosa. Il più curioso mi è parso questo: Elena Ferrante è una geniale iniziativa commerciale di Frederika Randall, apparso su Internazionale, nel quale l’autrice, dopo una lunga introduzione sulla propensione degli italiani a vedere complotti e congiure dietro a qualsiasi evento, spiega che per questo caso letterario, tutti, anche negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove la Ferrante ha ottenuto e ottiene un successo enorme, dovrebbero nutrire dei dubbi. Ci troveremmo, infatti, di fronte a un progetto editoriale studiato a tavolino proprio “per agganciare i lettori e le lettrici stranieri”. Io non so chi si nasconda dietro lo pseudonimo Elena Ferrante (la schiva signora napoletana che si vorrebbe far credere? Lo scrittore Domenico Starnone? Sua moglie, la traduttrice Anita Raja? Un collettivo di scrittori?) e per di più credo che il saperlo non aggiunga nulla ai suoi libri, ma nel caso si trattasse di un’iniziativa commerciale, come afferma la Randall, anziché rammaricarsene ci sarebbe da congratularsi con la casa editrice che è riuscita in un’operazione a suo modo grandiosa: piazzare non uno, ma quattro romanzi nel mercato statunitense, ottenendo successo di pubblico e ottime recensioni da giornali quali The New York Times, The Wall Street Journal e The New Yorker. Mi pare un po’ troppo! Di più: il vero problema per la Randall sarebbe che in questo modo la reputazione letteraria dell’Italia dipenderebbe da un “romanzo rosa” che mostra un’immagine stereotipata di Napoli. Chiaramente sono in disaccordo con entrambi i giudizi, e soprattutto Napoli non mi appare per niente scontata in queste pagine. Anzi, leggendo il romanzo mi chiedevo proprio cosa piacesse e cosa capissero oltreoceano di tutte le beghe, i bizantinismi e le vaste zone d’ombra della vita sociale e politica italiane descritte. Ancora un’altra osservazione: perché sminuire a tutti i costi il successo estero di romanzi che non sono certo i nuovi capolavori del XXI secolo, ma nemmeno i romanzetti di bassa lega che si vogliono far intendere nell’articolo? Se non ci sono altre pubblicazioni “più alte” a rappresentare l’Italia fuori dai suoi confini, è forse necessario interrogarsi su questo e non sul perché quello che c’è ha successo. Infine l’obiezione più interessante, ma per nulla sviluppata nell’articolo, riguarda la differenza stilistica fra L’amore molesto (1992), la prima opera a firma di Elena Ferrante, e i romanzi della tetralogia che dimostrerebbe come quest’ultimi sarebbero stati scritti da qualcun altro. A questo punto, la faccenda mi incuriosisce molto: vado a leggere L’amore molesto!